Droni e pioggia in Alaska: il cloud seeding punta a produrre nuova acquaEsteri News 

Droni e pioggia in Alaska: il cloud seeding punta a produrre nuova acqua

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I droni entrano nel territorio della modificazione meteorologica. In Alaska, una società californiana specializzata in tecnologie per il controllo e l’analisi delle precipitazioni ha utilizzato alcuni UAV per effettuare una campagna sperimentale di cloud seeding sulla penisola di Kenai. Secondo i dati pubblicati dall’azienda, l’operazione avrebbe prodotto una quantità stimata di circa 19 milioni di galloni di precipitazioni aggiuntive in tre ore.

Non si tratta di una storia inventata o di un semplice esperimento teorico: le missioni con i droni sono state effettivamente condotte il 23 agosto 2026. A rendere particolarmente interessante la vicenda è però il modo in cui deve essere interpretato il risultato. I 19 milioni di galloni non sono stati raccolti e misurati direttamente come acqua “creata” dai droni, ma rappresentano una stima della precipitazione aggiuntiva elaborata attraverso dati radar e modelli quantitativi dall’azienda Rainmaker Technology Corporation.

Sette missioni con droni sopra la penisola di Kenai

La campagna si è svolta mentre un sistema di bassa pressione si stava rafforzando sul Golfo dell’Alaska, creando condizioni atmosferiche considerate favorevoli all’esperimento. Rainmaker ha effettuato sette missioni coordinate di semina delle nuvole nell’arco di circa tre ore.

Per l’operazione sono stati utilizzati due droni della piattaforma denominata Elijah, identificati come EL-151 ed EL-153. Nel corso delle missioni, i velivoli hanno rilasciato complessivamente 19 razzi di ioduro d’argento, per una quantità totale di circa 374 grammi di materiale.

I droni hanno operato a quote comprese indicativamente tra 3.570 e 4.270 metri sul livello del mare. In corrispondenza delle quote di rilascio, le temperature erano comprese approssimativamente tra -5 e -15 °C, un intervallo considerato adatto all’attivazione dello ioduro d’argento nelle nubi contenenti acqua sopraffusa.

Il dato più interessante riguarda però ciò che è accaduto dopo il passaggio dei droni. Secondo Rainmaker, i radar meteorologici hanno individuato sette distinte “firme” compatibili con l’effetto della semina delle nuvole. Queste anomalie sono comparse tra circa 17 e 40 minuti dopo il rilascio del materiale e si sono successivamente spostate nella direzione del vento.

Come funziona il cloud seeding con i droni

Per capire la portata dell’esperimento è necessario chiarire un equivoco frequente: il cloud seeding non crea la pioggia dal nulla.

La tecnica consiste nell’intervenire su nuvole che esistono già e che presentano determinate condizioni di temperatura e umidità. Nel caso del cosiddetto cloud seeding glaciogenico, lo ioduro d’argento viene utilizzato perché la sua struttura cristallina presenta caratteristiche che possono favorire la formazione di cristalli di ghiaccio all’interno di nubi molto fredde.

Quando le condizioni sono adatte, le particelle introdotte nella nube possono favorire la trasformazione dell’acqua sopraffusa in cristalli di ghiaccio. Questi cristalli possono successivamente crescere, aggregarsi e precipitare. A seconda delle condizioni atmosferiche e della temperatura incontrata durante la discesa, la precipitazione può arrivare al suolo sotto forma di neve o pioggia.

Il drone offre in questo scenario un vantaggio tecnologico importante: può portare il materiale direttamente nelle aree della nube considerate più interessanti, invece di affidarsi esclusivamente a sistemi terrestri o ad altri metodi di dispersione.

Da dove arrivano i 19 milioni di galloni?

È proprio questo il punto più delicato della notizia. Rainmaker ha stimato una produzione media di 57,6 acre-feet di precipitazione aggiuntiva, una quantità equivalente a circa 18,8-19 milioni di galloni d’acqua.

La società ha utilizzato un sistema di stima quantitativa delle precipitazioni basato su 27 modelli e sui dati provenienti dal radar meteorologico PAHG NEXRAD, che copre l’area di Anchorage e della penisola di Kenai. L’azienda ha confrontato il comportamento delle precipitazioni naturali con le anomalie osservate dopo le missioni di semina.

Il risultato pubblicato da Rainmaker indica un intervallo centrale compreso tra circa 45 e 65 acre-feet, con una stima media di 57,6 acre-feet. È quindi più corretto parlare di precipitazione aggiuntiva stimata piuttosto che affermare semplicemente che i droni hanno “creato 19 milioni di galloni di pioggia”.

La stessa documentazione dell’azienda sottolinea infatti che l’operazione è stata realizzata in presenza di precipitazioni naturali già in corso. Separare matematicamente la parte attribuibile al cloud seeding da quella che sarebbe comunque caduta rappresenta una delle principali difficoltà scientifiche di questo tipo di esperimenti.

Un esperimento tecnologico, non una macchina per creare temporali

La tecnologia utilizzata in Alaska non consente di decidere arbitrariamente dove e quando far piovere. Il cloud seeding dipende dalla presenza di nubi adatte e da condizioni atmosferiche specifiche.

Se una massa d’aria non contiene sufficiente umidità oppure non presenta le caratteristiche termiche necessarie, l’intervento dei droni non può semplicemente generare una nuvola e trasformarla in un temporale.

Questo aspetto è fondamentale anche per comprendere le future applicazioni della tecnologia. L’obiettivo di Rainmaker non è soltanto dimostrare che un drone può disperdere ioduro d’argento, ma sviluppare un sistema capace di individuare automaticamente le condizioni più favorevoli e intervenire con maggiore precisione.

La combinazione tra UAV, sensori meteorologici, radar e software di analisi potrebbe quindi rappresentare la vera innovazione rispetto alle tecniche tradizionali di inseminazione delle nuvole.

Perché l’Alaska è diventata un laboratorio per questa tecnologia

La penisola di Kenai offre condizioni interessanti per sperimentare il cloud seeding perché le dinamiche atmosferiche della regione possono produrre nubi fredde contenenti acqua sopraffusa, uno degli elementi necessari per la tecnica glaciogenica.

Rainmaker ha utilizzato la campagna dell’Alaska anche per migliorare tre aspetti della propria tecnologia: la capacità di effettuare voli mirati, la selezione delle condizioni meteorologiche più adatte e i sistemi necessari per misurare l’effetto della semina.

La società sostiene inoltre di aver già condotto attività di cloud seeding in altri Stati occidentali degli USA. Il progetto dell’Alaska viene presentato come una campagna di ricerca e sviluppo destinata a migliorare ulteriormente la piattaforma prima di possibili applicazioni future in regioni caratterizzate da carenza d’acqua.

Dalla pioggia artificiale alla lotta contro la siccità

Dietro l’esperimento c’è un obiettivo molto più ampio: utilizzare la tecnologia per aumentare la disponibilità di acqua nelle regioni che devono affrontare periodi di siccità.

Rainmaker indica tra le possibili aree di applicazione futura il bacino del Colorado River e il Great Salt Lake, territori nei quali la gestione delle risorse idriche rappresenta da anni una questione particolarmente delicata.

In teoria, aumentare le precipitazioni di una determinata percentuale durante eventi meteorologici già presenti potrebbe contribuire alla disponibilità di acqua per agricoltura, ecosistemi, città e bacini idrici. Ma prima di arrivare a questo scenario sarà necessario dimostrare che i risultati ottenuti in Alaska possano essere replicati in condizioni differenti.

Ed è proprio la replicabilità uno dei punti fondamentali. Un singolo esperimento non è sufficiente per stabilire quanto una tecnologia possa funzionare in modo affidabile su larga scala.

Il risultato deve ancora essere verificato in modo indipendente

L’aspetto più importante da tenere presente riguarda quindi la verifica scientifica dei risultati. Le sette missioni sono documentate e la società ha pubblicato il proprio rapporto tecnico, ma la quantità di precipitazione aggiuntiva attribuita all’esperimento rimane una stima prodotta da Rainmaker.

Fonti che hanno analizzato l’esperimento sottolineano infatti che i 19 milioni di galloni non corrispondono a una quantità d’acqua fisicamente raccolta e misurata separatamente dalla precipitazione naturale. La stima deriva dall’interpretazione dei dati radar e da modelli matematici. Inoltre, le condizioni meteorologiche dell’esperimento non erano completamente prive di precipitazioni naturali, rendendo più complessa la valutazione dell’effetto effettivo del cloud seeding.

Questo non significa che la tecnologia sia priva di basi scientifiche. Il cloud seeding glaciogenico viene studiato e utilizzato da decenni. Significa però che occorre distinguere tra la validità del principio scientifico e la precisa quantità di acqua attribuibile a una singola operazione.

Droni meteorologici, una tecnologia destinata a crescere?

L’esperimento in Alaska mostra comunque una direzione molto interessante per il futuro dei droni. Gli UAV non vengono più considerati soltanto strumenti per fotografie, consegne, sorveglianza o ispezioni: possono diventare vere e proprie piattaforme volanti per la ricerca atmosferica.

La possibilità di combinare droni autonomi, radar meteorologici, sensori e intelligenza artificiale potrebbe rendere le operazioni di cloud seeding sempre più mirate. Il vero obiettivo potrebbe essere intervenire nel momento e nel punto più favorevoli, riducendo sprechi e aumentando la probabilità di ottenere un effetto misurabile.

Per ora, però, il dato dei 19 milioni di galloni deve essere presentato con la necessaria cautela: si tratta della stima pubblicata dalla società che ha condotto l’esperimento, non di una misura indipendente e definitiva.

L’esperimento dell’Alaska rappresenta comunque un passo significativo nell’incontro tra droni e tecnologia meteorologica. Se future campagne riusciranno a confermare i risultati attraverso verifiche indipendenti e in condizioni differenti, gli UAV potrebbero diventare uno degli strumenti più interessanti per l’aumento controllato delle precipitazioni. Il cielo, insomma, potrebbe diventare un nuovo terreno di sperimentazione per i droni.

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