Ucraina, il soldato Magura salvato con un drone dopo mesi al fronte e l’amputazione delle gambeEsteri News 

Ucraina, il soldato Magura salvato con un drone dopo mesi al fronte e l’amputazione delle gambe

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Una missione di soccorso senza precedenti, almeno secondo la ricostruzione diffusa dalle forze armate ucraine. È la storia di Konstantin Vlasenko, 49 anni, conosciuto tra i suoi commilitoni con il nome di battaglia “Magura”, rimasto isolato per mesi in una delle aree più pericolose del fronte orientale. Gravemente ferito alle gambe, impossibilitato a muoversi e circondato da posizioni nemiche, il militare è riuscito a sopravvivere fino all’arrivo dei soccorsi.

La sua evacuazione è stata completata il 4 ottobre grazie a un drone da trasporto pesante, progettato per sollevare carichi importanti e dotato di un sistema a verricello. L’operazione ha richiesto un coordinamento tra diverse unità militari, sistemi aerei senza pilota, artiglieria e strumenti di guerra elettronica. Un intervento complesso che dimostra come i droni stiano assumendo un ruolo sempre più importante non soltanto nelle operazioni di combattimento, ma anche nel recupero dei feriti.

La vicenda, raccontata dalle autorità militari ucraine, rappresenta un caso eccezionale di evacuazione in un ambiente nel quale raggiungere un soldato via terra era diventato estremamente rischioso.

Chi è Konstantin Vlasenko, il soldato ucraino conosciuto come Magura

La storia di Magura comincia il 2 giugno 2025, quando Konstantin Vlasenko, appartenente alla 30ª brigata meccanizzata, parte insieme a un compagno per raggiungere le posizioni ucraine nel settore di Kup’jans’k, nell’oblast di Kharkiv. I due militari si spostano sulla riva sinistra del fiume Oskil, in una zona contesa tra le forze di Kiev e quelle russe.

Si tratta della cosiddetta “zona grigia”, un’area nella quale il controllo del territorio è incerto e dove ogni movimento può esporre i soldati al fuoco nemico. La situazione peggiora quando l’area in cui i due uomini cercano riparo viene allagata. Costretti a cambiare posizione, trovano rifugio in un edificio abbandonato.

Durante un successivo trasferimento verso un punto di riserva, il compagno di Vlasenko perde la vita. Magura rimane così solo, senza la possibilità di raggiungere autonomamente le linee amiche. La presenza di droni, le difficoltà del terreno e il controllo esercitato dalle forze russe rendono estremamente complicato organizzare un recupero.

Il momento più drammatico arriva il 14 febbraio 2026. Un drone russo sgancia un ordigno nei pressi del rifugio, provocando a Vlasenko ferite devastanti a entrambe le gambe. Per fermare le emorragie e tentare di sopravvivere, il militare si amputa autonomamente le parti degli arti inferiori ormai gravemente compromesse, compresi i piedi.

Da quel momento, le sue possibilità di movimento diventano praticamente nulle. Il soldato è costretto a rimanere nell’edificio, in attesa che i commilitoni riescano a trovare un modo per raggiungerlo.

Mesi isolato al fronte: i rifornimenti arrivano dall’alto

La distanza dalle posizioni ucraine non è l’unico ostacolo. Tra Magura e i suoi compagni si trovano il fiume Oskil, campi minati e aree sorvegliate dai droni russi. Un’evacuazione con mezzi convenzionali avrebbe esposto i soccorritori a rischi elevatissimi.

Il reparto tenta inizialmente di inviare un veicolo terrestre robotizzato, ma il mezzo viene individuato e distrutto prima di raggiungere il rifugio. Anche i tentativi di avvicinamento delle squadre di fanteria si rivelano impraticabili, a causa della sorveglianza aerea e della presenza di soldati russi nell’area.

Per mantenere in vita il militare, il comando organizza quindi una serie di rifornimenti aerei. Ogni quattro o cinque giorni, secondo la ricostruzione diffusa dai militari ucraini, piccoli droni trasportano viveri, sigarette e dolci, consentendo a Vlasenko di resistere. I contatti con il soldato vengono mantenuti via radio.

La vicenda si trasforma progressivamente in una sfida logistica e tecnologica. Non basta individuare il ferito: occorre raggiungerlo, sollevarlo senza provocare ulteriori lesioni e riportarlo in una zona sicura, evitando che il drone venga intercettato durante il volo.

Il piano per salvarlo con il drone pesante Ayudag-6

L’idea di recuperare Magura direttamente dal cielo nasce all’interno del secondo battaglione meccanizzato della 30ª brigata. Il responsabile dell’intelligence che coordina le attività con i droni, conosciuto con il nome di battaglia “Alex”, comprende che i mezzi normalmente impiegati dal reparto non sono sufficienti per trasportare una persona.

Serve un velivolo con una capacità di carico nettamente superiore, in grado di raggiungere il rifugio e sollevare un uomo attraverso un sistema di recupero. La scelta ricade sull’Heavy Shot Ayudag-6, un esacottero pesante che, secondo le informazioni diffuse sul caso, può trasportare fino a 130 chilogrammi ed è equipaggiato con un verricello.

Il drone è dotato di sei motori e sei eliche. Questa configurazione permette di sostenere carichi importanti, ma il peso aggiuntivo riduce l’autonomia e rende il velivolo più lento e vulnerabile rispetto a un drone leggero.

Per questo la preparazione della missione richiede tempo e una pianificazione accurata. Prima del decollo vengono analizzati i movimenti dei droni nemici, le possibili finestre operative e i percorsi che potrebbero offrire maggiori possibilità di successo. L’obiettivo è raggiungere il soldato e rientrare senza esporre il velivolo a un attacco diretto.

L’imbracatura e il verricello: la fase più delicata del recupero

Una delle difficoltà maggiori riguarda il modo in cui Vlasenko deve essere agganciato al drone. Non essendo possibile inviare una squadra sul posto, il militare deve prepararsi autonomamente al sollevamento.

Il giorno precedente alla missione, gli vengono consegnati dall’alto un’imbracatura da alpinismo, moschettoni e un telefono contenente un video con le istruzioni. Il sistema deve consentirgli di assicurarsi al cavo del verricello in una posizione semiseduta, compatibile con le sue condizioni fisiche.

La procedura non ammette errori: un collegamento non corretto potrebbe compromettere il recupero, mentre un malore durante il sollevamento renderebbe ancora più difficile intervenire. Secondo il racconto attribuito ad Alex, il soldato riesce invece a eseguire rapidamente i passaggi richiesti quando il drone arriva sul posto.

La capacità di Vlasenko di collaborare con gli operatori, nonostante i mesi di isolamento e le ferite gravissime, diventa così un elemento determinante per il successo dell’operazione.

Artiglieria, altri droni e guerra elettronica per proteggere il volo

Il recupero non può essere affidato soltanto alle capacità tecniche dell’Ayudag-6. Un velivolo pesante che trasporta un passeggero costituisce un bersaglio particolarmente esposto, soprattutto in un settore nel quale vengono impiegati droni FPV e altri sistemi aerei senza pilota.

Il comando ucraino organizza quindi un’operazione di copertura che coinvolge più reparti. Oltre al secondo battaglione della 30ª brigata meccanizzata, partecipano unità della 14ª e della 43ª brigata meccanizzata e mezzi del 10° corpo d’armata.

Durante la missione, i bombardieri pesanti Vampire attaccano obiettivi in settori vicini, con l’intento di distogliere l’attenzione degli operatori russi. Uno dei velivoli viene abbattuto, ma il drone incaricato del recupero riesce a proseguire.

Il momento del decollo viene scelto considerando l’attività dei sistemi aerei nemici. La transizione tra buio e luce viene individuata come una finestra utile per tentare il passaggio. Nel frattempo, un drone Autel segue visivamente l’Ayudag-6, offrendo agli operatori una visuale esterna, mentre un altro UAV, chiamato Lucky Strike, resta disponibile per affrontare eventuali minacce aeree.

Al ritorno, l’artiglieria ucraina interviene contro le posizioni da cui potrebbero operare i droni russi. Il comando predispone inoltre alternative nel caso in cui il velivolo non riesca a raggiungere il punto previsto, con squadre di ricognizione e veicoli robotizzati pronti a intervenire.

Il trasferimento del ferito e gli ultimi chilometri verso la salvezza

Il recupero aereo si svolge in meno di 90 minuti, secondo la ricostruzione diffusa dai militari ucraini. L’Ayudag-6 mantiene il collegamento tramite Starlink e modifica la quota in funzione del terreno. I percorsi di andata e ritorno sono differenti, una scelta pensata per rendere più difficile ricostruire la rotta del velivolo.

Il tragitto complessivo fino al punto intermedio è parte di una distanza di circa 16 chilometri. Il peso del passeggero mette sotto pressione le batterie e rende necessaria una sosta tecnica per sostituirle e proseguire in sicurezza.

Durante questa fase, Vlasenko viene sganciato dal verricello e trasferito su un veicolo terrestre robotizzato denominato “Myrtvorets”. Il mezzo, mimetizzato e dotato di un vano di carico rivestito con materassi, percorre altri otto chilometri su terreno difficile.

Soltanto quando il ferito raggiunge un’area sufficientemente lontana dalle posizioni nemiche viene trasferito su un’automobile e accompagnato a un punto medico avanzato. Qui i chirurghi militari possono finalmente occuparsi delle sue condizioni, dopo mesi nei quali l’accesso alle cure era stato impossibile.

Il soldato è vivo: il ruolo dei droni nel soccorso militare

Le informazioni diffuse dalla componente ucraina impegnata nelle operazioni con sistemi terrestri e aerei senza pilota riferiscono che Vlasenko è stato affidato alle cure mediche ed è entrato nella fase di riabilitazione. La sua vita, secondo quanto comunicato, non sarebbe più in pericolo.

Le forze armate di Kiev hanno presentato l’intervento come la prima evacuazione aerea di questo tipo dalla linea del fronte. Si tratta di una definizione attribuita alla parte ucraina, che non equivale a una verifica indipendente del primato mondiale.

Al di là di questa rivendicazione, la vicenda mostra le potenzialità e i limiti delle nuove tecnologie militari. I droni possono raggiungere aree inaccessibili ai mezzi tradizionali, consegnare rifornimenti e contribuire al recupero di persone ferite. Tuttavia, il loro impiego richiede coordinamento, autonomia energetica, comunicazioni affidabili e un’attenta valutazione dei rischi.

La storia di Konstantin Vlasenko racconta soprattutto una lunga lotta per la sopravvivenza. Dopo mesi di isolamento, un sistema aereo senza pilota ha permesso di superare ostacoli che avevano impedito ai soccorritori di raggiungerlo via terra. Un episodio che evidenzia come l’evoluzione dei droni stia cambiando anche le modalità di evacuazione dei feriti nei conflitti contemporanei.

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