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Droni e fauna alpina: lo stress invisibile che minaccia gli animali di montagna

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Un drone che sorvola un alpeggio per ottenere una fotografia spettacolare, oppure che segue un branco di camosci lungo un canalone per realizzare un video da pubblicare sui social. Scene sempre più familiari sulle montagne, dove la tecnologia permette di osservare paesaggi e animali da prospettive fino a pochi anni fa riservate agli elicotteri.

Il problema è che ciò che appare innocuo agli occhi dell’uomo può avere un effetto molto diverso sugli animali. Il drone può essere piccolo, leggero e relativamente silenzioso, ma la sua presenza nel cielo può rappresentare uno stimolo improvviso e imprevedibile per la fauna selvatica. E soprattutto, lo stress provocato da un drone non è necessariamente visibile.

Non si tratta soltanto di un’ipotesi. Alcune ricerche scientifiche hanno documentato risposte fisiologiche importanti in presenza di droni, mentre studi successivi hanno evidenziato come specie e condizioni diverse possano reagire in maniera molto differente. Per questo il tema del disturbo della fauna selvatica causato dai droni è diventato sempre più rilevante per ricercatori, gestori delle aree protette e autorità ambientali.

Il caso degli orsi: quando il battito cardiaco rivela ciò che gli occhi non vedono

Uno degli episodi più significativi risale al 2015 ed è realmente accaduto negli Stati Uniti. Un gruppo di ricercatori dell’Università del Minnesota, guidato da Mark Ditmer, studiò la risposta degli orsi neri americani al passaggio di piccoli droni. I risultati furono pubblicati sulla rivista scientifica Current Biology.

Gli animali erano equipaggiati con collari GPS e dispositivi capaci di registrare il battito cardiaco. Questo permise agli scienziati di confrontare il comportamento osservabile con ciò che accadeva a livello fisiologico.

La differenza fu sorprendente: nella maggior parte dei casi gli orsi non fuggivano e non manifestavano reazioni evidenti. Tuttavia, durante i sorvoli, la loro frequenza cardiaca aumentava. Nel caso più estremo, una femmina accompagnata da due cuccioli passò da circa 41 battiti al minuto a 162, un incremento vicino al 400% rispetto al valore iniziale.

Lo studio non dimostrava che ogni sorvolo provochi necessariamente conseguenze a lungo termine e riguardava un numero limitato di animali. Ma il dato aveva un significato importante: l’assenza di una fuga non equivale all’assenza di stress. La ricerca è stata proprio un esempio di quanto sia difficile valutare l’impatto di un drone limitandosi a osservare il comportamento esterno degli animali.

Dalla montagna agli alpeggi: il drone può sembrare un predatore

La fauna alpina vive in un ambiente nel quale il rapporto tra energia disponibile, temperatura, alimentazione e sopravvivenza è particolarmente delicato. Per un animale selvatico, una fuga non è semplicemente uno spostamento: significa consumare preziose riserve energetiche che devono essere recuperate attraverso l’alimentazione.

Specie come camosci, stambecchi e cervi possono reagire a un disturbo improvviso allontanandosi rapidamente dalla zona. Per gli uccelli il problema può essere ancora più evidente. Una sagoma che arriva dall’alto e si muove in modo insolito può essere interpretata come una potenziale minaccia, soprattutto dalle specie che sono naturalmente esposte alla predazione aerea.

Il rischio riguarda anche il bestiame domestico. Mandrie e greggi che pascolano in alta quota sono abituate alla presenza di escursionisti, ma questo non significa che reagiscano allo stesso modo a un oggetto volante che si avvicina dall’alto e produce un rumore insolito.

Inoltre, un rapace può percepire il drone come un possibile concorrente o reagire direttamente alla sua presenza. In caso di attacco, le eliche rappresentano anche un concreto rischio di ferimento per l’animale.

Il risultato è che il drone può trasformare un ambiente apparentemente tranquillo in uno spazio improvvisamente imprevedibile per chi lo abita.

Stress invisibile e fuga: perché in montagna il disturbo conta di più

Un singolo episodio non significa automaticamente che una popolazione animale sia in pericolo. Il problema emerge soprattutto quando gli episodi si ripetono, quando coinvolgono specie particolarmente sensibili o quando avvengono durante periodi biologicamente delicati.

La riproduzione, la nidificazione e l’allevamento dei piccoli sono fasi nelle quali anche un disturbo apparentemente breve può avere conseguenze più importanti. Un uccello spaventato può interrompere temporaneamente la cova; un mammifero può abbandonare una zona di alimentazione; un gruppo di ungulati può spostarsi verso un’area meno favorevole.

Una revisione scientifica pubblicata su PLOS ONE nel 2017 ha analizzato la letteratura disponibile e anche 17 campagne di campo degli autori, per un totale di 250 voli. Lo studio ha rilevato che la probabilità e l’intensità delle reazioni dipendono da diversi fattori, tra cui la specie, la fase del ciclo biologico, le dimensioni del drone, il tipo di motore e soprattutto il modo in cui viene effettuato il volo.

Particolarmente problematici risultavano gli avvicinamenti diretti all’animale, mentre traiettorie regolari e meno orientate verso il soggetto tendevano a provocare reazioni più contenute. Gli autori sottolineavano inoltre una maggiore sensibilità degli uccelli rispetto ad altri gruppi animali.

Il vero problema dei droni ricreativi è la loro diffusione

Rispetto a un elicottero, un drone ha un vantaggio enorme per chi vuole realizzare immagini: è economico, facilmente trasportabile e può essere utilizzato da una singola persona. Proprio questa accessibilità, però, può trasformarsi in un problema ambientale.

Il disturbo aereo non è più necessariamente legato a poche attività professionali autorizzate. Può essere prodotto da decine o centinaia di voli ricreativi effettuati da escursionisti, fotografi e content creator, magari tutti interessati allo stesso panorama o allo stesso animale.

La situazione diventa ancora più delicata quando l’operatore decide di inseguire un soggetto per ottenere un’inquadratura migliore. Una traiettoria che per il pilota appare come una semplice manovra cinematografica può essere interpretata dall’animale come un avvicinamento di una minaccia.

La revisione pubblicata su PLOS ONE ha infatti evidenziato che gli UAS possono costituire una nuova forma di disturbo antropico e ha raccomandato di evitarne l’utilizzo quando non necessario, soprattutto per finalità puramente ricreative.

Come ridurre l’impatto dei droni sulla fauna selvatica

Questo non significa che i droni debbano essere esclusi da ogni attività ambientale. Al contrario, possono essere strumenti preziosi per il monitoraggio della fauna, i censimenti, la ricerca scientifica e la gestione delle aree naturali. Il punto fondamentale è distinguere un volo finalizzato alla conservazione da un sorvolo effettuato esclusivamente per ottenere una fotografia.

Quando un’operazione è autorizzata e realmente necessaria, è opportuno ridurre al minimo la durata del volo, mantenere la maggiore distanza possibile dagli animali, evitare avvicinamenti diretti e non effettuare manovre insistenti sopra i soggetti. È inoltre importante prestare particolare attenzione durante la stagione riproduttiva e interrompere l’operazione se compaiono segnali di allarme o cambiamenti comportamentali.

La tecnologia stessa può contribuire a ridurre l’impatto. Droni più piccoli e meno rumorosi, missioni programmate e traiettorie automatizzate possono permettere di raccogliere dati limitando la presenza del velivolo vicino agli animali. La revisione scientifica indica infatti che dimensioni, rumore e modalità di volo sono tra gli elementi che influenzano la risposta della fauna.

Il cielo della montagna deve tornare a essere uno spazio per la fauna

Il drone non è un nemico della natura. È uno strumento, e come tutti gli strumenti il suo impatto dipende dall’uso che ne viene fatto. Può aiutare gli scienziati a studiare animali difficili da raggiungere, controllare territori vastissimi e raccogliere informazioni senza dover attraversare habitat fragili.

Ma la ricerca sugli orsi del Minnesota e la successiva letteratura scientifica ricordano una cosa fondamentale: un animale che non scappa non è necessariamente un animale che non sta subendo un disturbo. Il ronzio che per un escursionista dura pochi secondi può rappresentare per la fauna un segnale di pericolo capace di modificare comportamenti e risposte fisiologiche.

La prossima volta che in montagna compare un animale nel mirino della fotocamera, quindi, la domanda più importante non dovrebbe essere soltanto “quanto posso avvicinarmi per ottenere la foto migliore?”, ma “quanto posso restare lontano per non disturbare?”. Per proteggere davvero la fauna alpina, a volte la fotografia migliore è proprio quella che lascia il cielo vuoto e silenzioso.

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