Australia, i droni LiDAR scoprono arte aborigena nascosta nella foresta
Tre ripari rocciosi con testimonianze di arte aborigena, rimasti finora fuori dagli archivi ufficiali, sono stati individuati nelle Blue Mountains, in Australia, grazie all’impiego di droni dotati di tecnologia LiDAR. La scoperta dimostra come le nuove tecniche di rilevamento aereo possano offrire un contributo concreto alla ricerca archeologica e alla protezione di un patrimonio culturale antico, spesso difficile da raggiungere e documentare.
Droni e LiDAR, come sono stati individuati i siti archeologici
Il cuore della ricerca è il LiDAR, acronimo di Light Detection and Ranging, una tecnologia che utilizza impulsi laser per misurare le distanze e ricostruire la morfologia del territorio attraverso modelli tridimensionali dettagliati. Installato su piattaforme aeree, questo sistema permette di raccogliere informazioni su ampie superfici e di riconoscere caratteristiche del paesaggio che possono sfuggire alle normali osservazioni da terra.
Nelle Blue Mountains, un territorio caratterizzato da rilievi, pareti rocciose e vaste aree boscose, il LiDAR ha consentito di individuare possibili ripari sottoroccia da sottoporre a successive verifiche. Queste cavità naturali, situate generalmente lungo pareti o affioramenti di roccia, possono aver rappresentato luoghi importanti per le comunità del passato, offrendo riparo e conservando testimonianze delle attività umane.
È importante precisare che il laser non identifica direttamente il significato culturale di una pittura o di un manufatto. La tecnologia aiuta soprattutto a riconoscere le forme del terreno e le strutture potenzialmente interessanti. L’accertamento archeologico richiede poi sopralluoghi, osservazioni e documentazione specialistica.
Il metodo ha permesso di riesaminare sei ripari già registrati e di individuare tre siti precedentemente sconosciuti. Durante le verifiche sul campo sono state documentate testimonianze culturali, comprese pitture e impronte di mani in ocra rossa, oltre a manufatti litici. Le indagini hanno inoltre consentito di ottenere coordinate geografiche più precise rispetto a quelle presenti nell’Aboriginal Heritage Information Management System (AHIMS), il registro dei siti del patrimonio aborigeno del Nuovo Galles del Sud.
Blue Mountains, un patrimonio archeologico ancora da esplorare
La scoperta assume un significato particolare se si considera quanto sia ancora poco conosciuto il patrimonio archeologico di questa regione australiana. Nelle Blue Mountains sono stati documentati oltre 200 ripari sottoroccia con testimonianze culturali e archeologiche. Tuttavia, secondo le stime citate dalla ricercatrice Amy Mosig Way, archeologa dell’Università di Sydney e dell’Australian Museum, soltanto il 10% circa del territorio sarebbe stato sottoposto a ricognizioni.
Le difficoltà di accesso rappresentano uno degli ostacoli principali. La presenza di una vegetazione molto fitta, i pendii ripidi e la distanza tra le diverse aree di interesse possono rendere le spedizioni lunghe e costose. Inoltre, esplorare grandi estensioni di territorio esclusivamente a piedi richiede risorse e personale specializzato, senza garantire che ogni possibile sito venga individuato.
L’impiego dei droni permette invece di analizzare preventivamente il paesaggio e di concentrare le attività nelle zone che presentano caratteristiche promettenti. Jacob Bongers, primo autore dello studio e archeologo digitale dell’Università di Sydney, ha sottolineato il valore di un approccio capace di rendere le ricognizioni più efficienti e precise negli ambienti difficili da esplorare.
Il vantaggio non consiste soltanto nella possibilità di trovare nuovi ripari. Una cartografia più accurata può migliorare la conoscenza dei siti già registrati, facilitare le successive campagne di ricerca e contribuire a costruire una documentazione più completa del patrimonio culturale aborigeno.
La collaborazione con le comunità aborigene è fondamentale
Uno degli elementi più importanti del progetto riguarda il metodo di lavoro. La ricerca non si è basata esclusivamente sulla tecnologia, ma su una collaborazione diretta con i custodi indigeni del territorio. I dati raccolti dall’alto sono stati utilizzati per orientare le ricognizioni sul campo, durante le quali archeologi, studenti e volontari hanno verificato le posizioni segnalate.
Successivamente, Wayne Brennan, esperto di arte rupestre indigena e co-direttore del progetto, ed Erin Wilkins, della Dharug Custodian Aboriginal Corporation, hanno partecipato alle attività di documentazione delle pitture e delle altre testimonianze. Questo passaggio è essenziale: la tecnologia può suggerire dove cercare, ma l’interpretazione e la tutela dei luoghi richiedono competenze archeologiche e il coinvolgimento delle comunità che custodiscono quel patrimonio.
Il lavoro rientra nel Gulamada Project, un programma fondato sull’idea di procedere fianco a fianco, mettendo in relazione ricerca scientifica e conoscenze culturali delle Prime Nazioni australiane. In questo contesto, il termine inglese Country assume un significato più ampio rispetto alla semplice indicazione geografica: comprende il territorio e i legami culturali, spirituali e comunitari che lo connettono alle popolazioni indigene.
Per i promotori, la collaborazione rappresenta una condizione essenziale per affrontare la ricerca in modo rispettoso e responsabile. L’obiettivo non è soltanto aumentare il numero dei siti conosciuti, ma sostenere le comunità nella documentazione e nella cura dei luoghi che fanno parte della loro storia.
Il progetto finanziato per proteggere il patrimonio culturale
Il Gulamada Project ha ricevuto un finanziamento di 248.610 dollari australiani nell’ambito della prima edizione del programma governativo First Nations Heritage Grants, gestito dal Department of Climate Change, Energy, the Environment and Water (DCCEEW).
L’iniziativa sostiene progetti guidati dalle comunità delle Prime Nazioni per identificare, registrare e proteggere il patrimonio culturale in aree riconosciute come parte del patrimonio mondiale o nazionale australiano. Il sostegno economico consente di sviluppare attività di ricerca, documentazione e formazione, favorendo anche la partecipazione degli studenti alle indagini archeologiche.
Il coinvolgimento delle nuove generazioni costituisce un ulteriore risultato del programma. Le attività sul terreno offrono agli studenti l’opportunità di acquisire esperienza pratica, comprendendo allo stesso tempo l’importanza della collaborazione con le comunità locali. In questo modo, la ricerca diventa anche uno strumento per trasmettere competenze e promuovere una maggiore consapevolezza del valore del patrimonio indigeno.
Come i droni possono aiutare a proteggere l’arte rupestre
Individuare un sito archeologico è soltanto il primo passo. Una volta localizzate, le testimonianze devono essere documentate e, quando necessario, protette da possibili minacce. L’erosione, gli incendi boschivi, gli eventi meteorologici estremi e alcune attività umane possono compromettere luoghi che hanno resistito per secoli o millenni.
Disporre di coordinate più accurate e di mappe dettagliate permette ai ricercatori e agli organismi preposti alla tutela di conoscere meglio la posizione dei siti e di valutare eventuali rischi. Le informazioni raccolte possono inoltre aiutare a pianificare nuovi sopralluoghi e a stabilire quali aree richiedano un monitoraggio più attento.
Il LiDAR, tuttavia, non rappresenta una soluzione autonoma. Non sostituisce le verifiche archeologiche, non garantisce che tutte le testimonianze siano riconoscibili e non elimina la necessità di proteggere le informazioni sensibili relative ai luoghi culturali. La condivisione dei dati deve tenere conto delle indicazioni e delle esigenze delle comunità aborigene, soprattutto quando la diffusione delle coordinate potrebbe esporre siti vulnerabili a visite non autorizzate o danneggiamenti.
Le prossime ricerche potrebbero estendersi ad altre regioni australiane
Il gruppo di ricerca punta ora a valutare l’applicabilità della metodologia in ambienti diversi dalle Blue Mountains. Tra le aree considerate figurano le savane tropicali dell’Arnhem Land occidentale e le zone semiaride del Nuovo Galles del Sud occidentale, territori che presentano condizioni ambientali e caratteristiche del paesaggio differenti.
Adattare il metodo a questi contesti richiederà nuove collaborazioni con le comunità aborigene e verifiche sulla capacità delle tecnologie di rilevamento di individuare caratteristiche utili nelle diverse condizioni ambientali. Il principio di fondo rimane lo stesso: utilizzare gli strumenti digitali per indirizzare le indagini, senza separare la ricerca scientifica dalle conoscenze locali e dalle pratiche tradizionali di cura del territorio.
La scoperta nelle Blue Mountains dimostra quindi come i droni LiDAR possano aprire nuove prospettive per l’archeologia e la conservazione del patrimonio aborigeno. I tre ripari individuati non rappresentano soltanto nuovi punti su una mappa, ma testimonianze da studiare e proteggere con attenzione. La combinazione tra tecnologia, lavoro sul campo e collaborazione con i custodi indigeni potrebbe contribuire a far emergere altre tracce del passato australiano, aiutando a preservarle per le generazioni future.
La sfida dei prossimi anni sarà trasformare queste possibilità in programmi di ricerca condivisi, capaci di documentare paesaggi culturali ancora poco conosciuti e di garantire che la loro tutela rimanga una priorità.

