Bari, reti anti-drone sul carcere: bloccati i velivoli che portano droga e cellulari ai detenutiNews 

Bari, reti anti-drone sul carcere: bloccati i velivoli che portano droga e cellulari ai detenuti

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Le nuove tecnologie stanno cambiando anche il modo in cui vengono introdotti illegalmente oggetti all’interno delle carceri. Tra le minacce più difficili da contrastare ci sono i droni, piccoli velivoli a pilotaggio remoto utilizzati per trasportare droga, smartphone e schede SIM direttamente ai detenuti. Per fermare questo fenomeno, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) sta sperimentando nuove soluzioni di protezione. Tra gli istituti coinvolti c’è anche il carcere di Bari, dove sono state installate particolari reti metalliche anti-drone sui tetti e nelle aree esterne del penitenziario.

La misura ha già prodotto un primo risultato concreto: un drone è rimasto intrappolato nelle strutture di protezione, impedendo al velivolo di completare la propria missione. Un episodio che conferma l’importanza di sviluppare sistemi di difesa capaci di rispondere a una modalità di contrabbando sempre più utilizzata dalla criminalità.

Carcere di Bari, installate le reti metalliche contro i droni

Le nuove protezioni sono state montate a partire dall’inizio dell’estate sul penitenziario di corso Alcide De Gasperi, nel capoluogo pugliese. Le strutture, facilmente riconoscibili anche dall’esterno, sono costituite da reti metalliche collocate sopra alcune delle aree più esposte dell’istituto penitenziario.

Il loro funzionamento è relativamente semplice, ma potenzialmente efficace: quando un drone tenta di sorvolare le zone protette, può rimanere impigliato nella rete, senza riuscire a raggiungere il punto in cui dovrebbe consegnare il proprio carico. In questo modo viene ostacolato il passaggio di sostanze stupefacenti, telefoni cellulari, schede SIM e altri materiali vietati.

La protezione riguarda soprattutto gli spazi scoperti, le aree di passaggio e le zone nelle quali i droni potrebbero tentare di effettuare consegne dall’alto. Si tratta di una barriera fisica che non richiede necessariamente l’intercettazione elettronica del velivolo e che punta a impedire materialmente l’accesso alle aree sensibili.

Secondo quanto riportato dalle cronache locali il 1° novembre 2026, il sistema installato a Bari ha già intercettato un drone, rimasto bloccato nella rete. Un primo episodio significativo per una sperimentazione che dovrà essere valutata nel corso dei prossimi mesi.

Droga, smartphone e SIM: come i droni vengono utilizzati per il contrabbando in carcere

L’impiego dei droni per introdurre materiale illecito negli istituti penitenziari rappresenta una sfida crescente per la Polizia penitenziaria. Questi dispositivi sono relativamente facili da reperire e possono essere pilotati a distanza, permettendo a chi si trova all’esterno di avvicinarsi alle strutture senza dover superare direttamente i controlli ai cancelli e lungo il perimetro.

Il carico trasportato può comprendere sostanze stupefacenti, telefoni di piccole dimensioni, auricolari e schede telefoniche. Materiale che, una volta arrivato nelle mani dei detenuti, può diventare uno strumento per organizzare attività illegali e mantenere contatti non autorizzati con l’esterno.

Il problema assume una particolare rilevanza quando riguarda detenuti legati alla criminalità organizzata. La disponibilità di un telefono cellulare all’interno di una cella può infatti consentire di mantenere collegamenti con complici e collaboratori, impartire disposizioni e continuare a esercitare un’influenza sulle attività criminali anche durante la detenzione.

Il rischio, quindi, non riguarda soltanto l’introduzione di oggetti proibiti, ma anche la possibilità che alcune organizzazioni continuino a coordinare i propri affari illeciti sfruttando le comunicazioni clandestine.

Bari insieme a Vicenza, Prato, Trieste e Napoli nella sperimentazione del DAP

Il carcere di Bari non è l’unico istituto coinvolto nell’iniziativa. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha individuato diverse strutture italiane nelle quali sperimentare le reti metalliche come sistema di protezione contro le incursioni dei droni.

Tra le città interessate figurano Vicenza, Prato, Trieste e Napoli. L’obiettivo è verificare l’efficacia di queste barriere in contesti differenti, valutando le caratteristiche architettoniche degli istituti, la disposizione degli spazi esterni e le modalità con cui vengono effettuati i tentativi di consegna.

La sperimentazione rappresenta un passaggio importante nella strategia di aggiornamento della sicurezza penitenziaria. Le tradizionali misure di sorveglianza, infatti, devono confrontarsi con dispositivi tecnologici sempre più accessibili e con modalità operative che cambiano rapidamente.

Le reti possono offrire un ostacolo concreto soprattutto nelle zone dove i droni potrebbero avvicinarsi alle finestre delle celle o raggiungere cortili e spazi utilizzati dai detenuti. La loro installazione, tuttavia, deve essere accompagnata da controlli e verifiche periodiche per individuare eventuali punti vulnerabili.

Non solo reti: in campo anche i fucili jammer anti-drone

Le barriere metalliche non rappresentano l’unica soluzione adottata per contrastare il fenomeno. In diversi istituti penitenziari sono già disponibili anche dispositivi elettronici conosciuti come fucili anti-drone o jammer.

Questi strumenti sono progettati per intervenire sui collegamenti radio utilizzati dai velivoli a pilotaggio remoto, disturbando o inibendo la comunicazione tra il drone e il suo sistema di controllo. A seconda delle caratteristiche dell’apparato e del velivolo, l’intervento può provocare la perdita del collegamento, attivare le procedure automatiche di sicurezza oppure impedire il proseguimento della missione.

A differenza delle reti, che agiscono come una barriera fisica, i jammer rappresentano quindi una forma di contrasto elettronico. Le due tecnologie possono essere considerate complementari: le strutture metalliche impediscono materialmente il passaggio nelle aree protette, mentre i dispositivi elettronici consentono agli operatori di intervenire sui droni individuati durante un tentativo di intrusione.

L’utilizzo di questi sistemi deve comunque rispettare le procedure di sicurezza e le disposizioni normative, anche per evitare interferenze con altre comunicazioni presenti nelle zone circostanti gli istituti penitenziari.

Le reti anti-drone funzioneranno davvero? La sperimentazione continua

Il primo drone rimasto intrappolato nelle reti del carcere di Bari costituisce un risultato importante, ma non è ancora sufficiente per stabilire l’efficacia complessiva della soluzione. Sarà necessario osservare il comportamento del sistema nel tempo e verificare se la presenza delle barriere riuscirà anche a scoraggiare ulteriori tentativi di consegna.

Uno degli aspetti da monitorare riguarda la possibilità che chi utilizza questi velivoli cerchi percorsi alternativi, individuando zone non completamente protette oppure modificando le modalità di avvicinamento al penitenziario. Per questo motivo, la copertura delle aree più esposte e la manutenzione delle strutture saranno elementi fondamentali.

Un altro aspetto riguarda l’integrazione tra le diverse tecnologie disponibili. L’utilizzo combinato di reti metalliche, sistemi di rilevamento, videosorveglianza e strumenti di contrasto elettronico potrebbe consentire di costruire un sistema di protezione più completo rispetto all’impiego di una singola misura.

Più sicurezza nelle carceri contro le nuove minacce tecnologiche

La sperimentazione avviata a Bari si inserisce in un percorso più ampio di rafforzamento della sicurezza degli istituti penitenziari italiani. L’obiettivo è impedire che i droni diventino un canale stabile per il traffico di droga, telefoni cellulari e altri oggetti vietati, limitando allo stesso tempo la possibilità per i detenuti di mantenere comunicazioni clandestine con l’esterno.

Il primo drone catturato dalle reti installate sul carcere pugliese dimostra che una barriera fisica può rappresentare uno strumento concreto contro questo fenomeno. Resta da capire quanto il sistema riuscirà a essere efficace nel lungo periodo e se sarà necessario affiancarlo a ulteriori tecnologie.

La sfida per il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sarà quindi combinare protezione fisica e difesa elettronica, adattando le misure di sicurezza all’evoluzione dei droni e delle tecniche utilizzate per introdurre materiale illecito nelle carceri. Una partita tecnologica che riguarda non soltanto Bari, ma la sicurezza dell’intero sistema penitenziario nazionale.

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