Shahed: I droni kamikaze iraniani che stanno cambiando la guerra modernaEsteri News 

Shahed: I droni kamikaze iraniani che stanno cambiando la guerra moderna

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Negli ultimi anni, i droni kamikaze iraniani della serie Shahed sono emersi come protagonisti nei teatri di guerra in Medio Oriente, Ucraina e altrove. Economici (Abbiamo già trattato la tematica nel seguente articolo “Droni iraniani Shahed 136, kamikaze in Ucraina”), facili da produrre in massa e capaci di colpire bersagli strategici con precisione, questi droni rappresentano una nuova fase della guerra asimmetrica. Ma cosa sono esattamente, come funzionano e perché attirano l’attenzione delle potenze mondiali?

Origini e sviluppo dei droni Shahed

I droni Shahed (che in persiano significa “testimone” o “martire”) sono stati sviluppati dall’Iran come risposta alla superiorità tecnologica delle forze armate occidentali e israeliane. Il programma è stato avviato da enti legati al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), in particolare dall’Organizzazione per l’Industria Aerospaziale dell’Iran.

Tra i modelli più noti ci sono:

– Shahed-123: uno dei primi modelli, impiegato per ricognizione e sorveglianza.

– Shahed-129: drone armato simile al MQ-1 Predator americano, utilizzato per attacchi a lungo raggio.

– Shahed-136: il più discusso, noto come drone kamikaze a lungo raggio, utilizzato massicciamente in Ucraina e in altri scenari bellici.

Shahed-136: il drone kamikaze per eccellenza

Il Shahed-136 è il modello che ha fatto guadagnare notorietà internazionale ai droni iraniani. Lungo circa 3,5 metri, con un’apertura alare di 2,5 metri e un motore a combustione interna, può volare per oltre 2000 km a velocità relativamente basse (circa 185 km/h).

Dotato di una testata esplosiva e di un sistema di guida preprogrammato basato su GPS, il drone può essere lanciato in sciami e indirizzato verso bersagli come centrali elettriche, depositi di munizioni, infrastrutture strategiche. Una volta individuato l’obiettivo, il drone si abbatte su di esso, causando danni significativi a un costo molto inferiore rispetto a un missile da crociera.

Il suo prezzo stimato? Solo tra i 20.000 e i 50.000 dollari, rendendolo una minaccia altamente scalabile e accessibile anche a paesi con risorse militari limitate.

Uso nei conflitti: Yemen, Siria, Ucraina

I droni Shahed sono stati impiegati in diversi conflitti, spesso da milizie alleate dell’Iran:

– Yemen: Gli Houthi li hanno usati contro infrastrutture saudite, incluso l’attacco alle raffinerie di Aramco nel 2019.

– Siria: Sono stati segnalati in operazioni contro ribelli e forze curde.

– Ucraina: La Russia ha impiegato su vasta scala i droni Shahed-131 e Shahed-136, ribattezzati “Geran-1” e “Geran-2”. Sono stati usati per colpire centrali energetiche, edifici civili e installazioni militari, creando panico e danni considerevoli.

La loro efficacia in Ucraina ha sollevato allarmi anche in Europa e negli Stati Uniti, che ora investono in sistemi di difesa aerea capaci di neutralizzarli prima dell’impatto.

Perché sono così pericolosi?

Il successo dei droni Shahed deriva da una combinazione di fattori:

1) Basso costo: permettono attacchi in massa senza intaccare significativamente le risorse del paese attaccante.

2) Difficili da rilevare: volano a bassa quota, con firma radar ridotta.

3) Saturazione dei sistemi difensivi: vengono spesso lanciati in gruppi per saturare le difese aeree, esaurendo missili antiaerei costosi.

Per contrastarli, alcuni paesi stanno adottando sistemi di jammer GPS, laser anti-drone, armi a microonde e cannoni radar-guidati. Leggete anche “Eric Schmidt lancia Swift Beat: scudo anti-drone per l’Ucraina contro i kamikaze Shahed”.

La controversa collaborazione Iran-Russia

Uno degli aspetti più discussi dell’impiego dei droni Shahed è la loro fornitura alla Russia. Secondo diversi servizi di intelligence occidentali, l’Iran avrebbe fornito centinaia di droni Shahed a Mosca, e tecnici iraniani sarebbero stati presenti in Crimea per assistere all’impiego operativo.

Questo ha portato a nuove sanzioni contro Teheran e a una crescente tensione diplomatica. Al tempo stesso, Iran e Russia hanno rafforzato i loro legami militari ed economici, sfidando l’ordine internazionale post-guerra fredda. Leggete anche “Teenager russi costruiscono droni suicidi nella più grande fabbrica di droni del mondo”.

Implicazioni geopolitiche

Il successo dei droni kamikaze iraniani rappresenta una vera e propria svolta nelle guerre ibride del XXI secolo. Oltre a minacciare la stabilità regionale, pongono nuove sfide anche ai grandi eserciti occidentali, costretti a rivedere le proprie strategie difensive.

L’accessibilità e la semplicità d’uso di questi droni potrebbero ispirare una corsa globale al riarmo “low cost”. Paesi come la Corea del Nord, l’Etiopia, o gruppi armati non statali potrebbero seguirne l’esempio, moltiplicando i rischi di conflitti asimmetrici difficili da contenere.

Verso una nuova dottrina militare?

L’impiego dei droni Shahed dimostra che la guerra moderna non dipende più solo da jet supersonici e missili intercontinentali. La tecnologia accessibile e l’ingegno tattico possono ribaltare i rapporti di forza.

Molti eserciti stanno studiando contromisure, ma anche soluzioni offensive analoghe. Gli Stati Uniti, Israele e la Turchia stanno sviluppando i propri loitering munitions, droni suicidi autonomi o semi-autonomi capaci di inseguire e colpire bersagli anche mobili.

I droni Shahed sono molto più di semplici oggetti volanti. Sono simboli di una nuova era militare, in cui potenze emergenti possono sfidare i giganti globali con intelligenza e risorse limitate.

Comprendere il loro funzionamento, le strategie dietro il loro impiego e le conseguenze geopolitiche è fondamentale per interpretare i futuri equilibri internazionali e anticipare le sfide della sicurezza globale.

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